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A me è successo con un'amica, che ad un concerto mi ha detto che «... ti consente di offrire agli altri le cose che hai da dire, i tuoi sentimenti... un po' di te stesso, in fondo, con semplicità; ti consente di rivolgerti direttamente alla loro anima, di eliminare quelle mediazioni, quei giri di parole che inevitabilmente tarpano le ali alle emozioni, le riportano su un piano più terreno, meno sublime.
Il fenomeno della musica cosiddetta 'alternativa" viene sviscerato su queste pagine da altri più autorevoli di me a farlo. Per quanto mi riguarda, i ricordi più forti in proposito sono legati a Radio Alternativa (ancora quell'aggettivo...) era incredibile sentire quelle canzoni alla radio, ancora oggi mi vengono i brividi se penso all'effetto che faceva cercare di sintonizzarsi sul canale giusto e, dopo Queen, De André o Donna Summer, trovare (senza pretesa di paragoni "tecnici" ... ) la Compagnia dell'Anello, gli ZPM o gli Amici dei Vento. Mi sembra ancora di sentire la voce rauca di Teodoro Buontempo, infaticabile motore della radio di via Somma Campagna, che annunciava questo o quel gruppo. Automatico, a quei punto, veniva il momento della ricerca degli accordi per cantarle poi con gli altri, davanti a una bottiglia di birra.  Io stavo a Terza posizione, e le canzoni che giravano tra noi erano per lo più quelle di Marcello (ce n'è un'infinità, che pochi conoscono... molte non le ricorda più nemmeno lui). Canzoni che parlavano dei "sentimenti che tutti noi sentivamo": e per quei "noi" intendo proprio noi pochi del gruppo che affollava casa De Angelis. Prima non pensavo minimamente a scrivere canzoni: come ha già detto, tra noi c'era Marcello per questo, io, lo ripeto, non ci pensavo proprio. Poi - come si dice nelle cronache - le "circostanze" mi spinsero a farlo. 

La prima canzone? Piccolo Attila, scritta in ricordo di Nanni De Angelis. Inverno 1980. Nanni era morto da un paio di mesi, trovato impiccato alle sbarre di una cella d'isolamento dove non avrebbe dovuto essere. Quella sera del 5 ottobre, insieme a lui, moriva un sogno durato poco più di due anni (il sogno nostro, dico quello di chi era cresciuto dentro Terza posizione). All'improvviso il potere si era accorto di noi e muovendo un solo dito (ma neanche tanto piccolo ... ), ci aveva schiacciati come mosche fastidiose. L'illusione di poter essere, com'è scritto in La rivoluzione è come il vento, «angeli con la spada» in un mondo che non si formalizzava ad usare le bombe atomiche, finì proprio quel giorno. La retata contro TP c'era stata il 23 settembre, d'accordo, ma il giorno a cui associo la parola "fine" per il nostro movimento, non c'è dubbio, è quello della morte di Nanni. Il modo in cui quel sogno venne stroncato (non solo il nostro, chiaro, ma quello di una generazione intera) lo ha raccontato meglio di chiunque altro Francesco Mancinelli, con quella meravigliosa canzone che è Generazione '78 (ti assicuro, Francesco, che quella tua canzone non l'ho mai, dico mai ascoltata senza commuovermi sul serio). Certo, l'idea continua, è vero, le forme si trasformano, ma quell'esperienza "d'amore" non avrebbe potuto ripetersi (almeno per noi). Così sentivamo e cosi è stato. Erano passati un paio di mesi dal 5 ottobre, dicevo, e per varie ragioni mi trovavo catapultato in Calabria a studiare, per cercar di raggiungere il maledetto diploma (alla maturità dei luglio prima ero stato seccato). Avevo casa sul mare e stavo da solo, visto che i miei lavoravano e non potevano muoversi da Roma, a parte periodiche visite. Avevo diciannove anni, stavo da solo e mi spaccavo il cuore di rabbia, d'impotenza e di nostalgia. I miei amici erano a Roma (oppure in galera, o fuori dall'Italia) e a parte lettere e telefonate non avevo nessuno con cui sfogarmi. Per questo nacque Piccolo Attila: un passaggio dalla storia (la storia nostra, ovviamente) al mito (e non per niente il primo titolo della canzone era La leggenda di Piccolo Attila), sulle note di Foggy dew, quella ballata irlandese che cantava Alain Stivell durante il concerto dei 15 luglio, sempre a Roma, a Villa Torlonia, finito nell'incredibile scontro che ho cercato di descrivere nel testo. Da quel momento le canzoni si susseguirono a ritmo costante, e dal giorno dei mio ritorno a Roma, l'estate dopo (1981), affiancarono quelle di Marcello nelle strimpellate che, tra noi sopravvissuti, segnavano quasi maniacalmente quel periodo 'post-terremoto', insieme all'immancabile Terra di Thule, della Compagnia dell'Anello. Tutto, comunque, nella ristretta cerchia dei soliti pochi amici. Solo qualche anno dopo, ad un concerto di musica celtica organizzato dal FdG a piazza dei Popolo, scoprii nella maniera più imprevedibile che quella mia prima canzone (registrata in maniera più che casareccia su una cassetta di Marcello, da sua sorella Germana), era andata ben più lontano di dove arrivava la mia voce: quando la band aveva attaccato Foggy dew, infatti, un ragazzino, dando di gomito a un amico, gli disse: "Aoh, la senti? Piccolo Attila in inglese!", e attaccò a cantarla con le parole che avevo scritto io. E piano piano a lui si unì il suo amico e poi altri, e altri... Non ci volevo credere...

Quando avevo scritto quella canzone, non esagero se dico che ancora non sapevo nemmeno se avrei mai avuto l'occasione di poterla cantare con i miei amici; e invece adesso mi ritrovavo a piazza del Popolo, in mezzo a decine di ragazzi sconosciuti che la cantavano a squarciagola. Beh, se c'è un Dio, quella sera ho sentito una sua carezza.

 

Gabriele Marconi      
 

  
PICCOLO ATTILA

Iniziava l'estate di un anno fa
e tranquilli eravamo noi
quando entrammo ridendo in un prato che
di strana gente brulicava già.

Ci mettemmo seduti e dietro a noi
solo l'erba si stendeva
ma strisciavano a cento e a cento
gli sciacalli nell'oscurità.

Mille stelle in cielo splendevano
alti alberi tutti intorno a noi
dolci canti antichi suonavano
Piccolo Attila parlava a noi.

E diceva di verdi prati che
di rugiada brillavano nel sol
e guerrieri a cavallo intonavano
le canzoni degli antichi eroi.

Tutti in piedi ci alzammo e davanti a noi
gli sciacalli già fremevano,
avanzaron ghignando sicuri già
d'inseguire schiene nude.

Ma la mano di Piccolo Attila
contro il cielo stellato si levò
seminando il terrore calava giù
l'orda buia non rideva più.

E con la forza di un fiume in piena poi
Caricammo e la terra sotto noi
rimbombando tremava e gli alberi
ondeggiavano nel vento.

E mai più, mai più quel prato rivedrà
una sera come un anno fa
non si scioglierà mai la Compagnia
ma c'è chi non è più sulla via.

Come un'aquila ora vola lui
sorridendo alle stelle e ancor più su
e il suo flauto suonando ci guiderà
verso l'alba che sicura è già.

Iniziava l'estate di un anno fa
e felici eravamo noi
quando uscimmo ridendo da un prato che
due occhi a mandorla non scorderà
.
   

testo tratto dall'Agenda Nazionalpopolare 1998
© Carlo Marconi Editore