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Michele Di Fiò                  

   

ITALIA   (dedicata ad Alberto Giacquinto)
 
Una storia diritta e pesante
che segue la strada coperta di stracci
la tua bocca veloce e furtiva
che segna una vita ancora da vivere
e i tuoi amici che stanno tranquilli
c'è tua madre che ti porta il caffè
Da domani sul muro il tuo nome
ed in piazza il tuo cuore

La partita al pallone e la scuola
un sette in condotta e un tre in religione
un liceo tra i più caldi di Roma
quest'anno sarò rimandato in latino
la domenica corri allo stadio
e la sera con gli amici del bar
chi l'avrebbe mai detto che
dopo ti avrebbero ammazzato.

Italia i tuoi figli non hanno
lacrime per piangere
Italia dimmi chi ti ha pagato per uccidermi
il tuo potere Italia non mi fa paura

E deserto la notte in bottiglia
e la discoteca già morta da un' ora
i tuoi inutili giochi a quest'ora
per spiegarle che in fondo
le vuoi sempre bene
il tuo ultimo bacio ed un ciao
e le labbra più calde di te
oggi è morto un fratello
domani saremo più forti

E le auto bruciate e le mani
una piazza sepolta da mille bandiere
una donna che piange e un corteo
polizia a cavallo e una carica di yankees
tutto a un tratto il mio cuore non corre più
guardo dietro e ti vedo per terra
un poliziotto ha colpito alla nuca
un ragazzo che fugge.

Italia i tuoi figli non hanno
lacrime per piangere
Italia dimmi chi ti ha pagato per uccidermi
il tuo potere Italia non mi fa paura
 

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"Ho cominciato a fare canzoni molto prima che la musica alternativa nascesse ufficialmente. Suonavo già da cinque-sei anni prima, solamente che non c'era un'organizzazione, un movimento d'idee, di opinioni che mi permettessero di poter fare qualcosa; non potevo fare dischi: a chi li vendevo, a chi lì distribuivo?
Poi, ad un certo momento, ho visto che anche altri ragazzi come gli Amici del Vento si stavano dando da fare. Però ho notato che erano esclusivamente canzoni a sfondo politico, fatte apposta per "noi", per i "nostri" sentimenti e quindi estranee ai sentimenti della gente, del mondo che ci circonda, e questo è un neo.
Personalmente ho cercato invece di fare delle canzoni che rispecchiassero il mondo di oggi, il lavoro, l'emigrazione, la scuola, la famiglia, la donna, il femminismo, la società in generale, cercando di dare un'ottica politica "nostra" a tutte queste situazioni vissute in prima persona."

Da questo brano tratto da un'intervista curata da Roberto Tundo su La voce del Sud nel lontano '79, esce chiara la caratteristica fondamentale dell'autore di "Cervello", "Ad un passo dal cielo c'è" e "Dettata da autentica rabbia": la professionalità.
Nel panorama musicale di destra, i suoi lavori hanno sempre seguito un percorso diverso da tutti gli altri, partendo appunto da un presupposto di "qualità" che avvicinasse il più possibile la nostra musica ai prodotti della scena musicale ufficiale, quella "ricca", per intenderci. E questo percorso lui l'ha sempre seguito con caparbietà e - è doveroso ricordarlo - pagando sempre di tasca propria, nel senso letterale della parola: per produrre l'LP Cervello anticipò somme notevoli per chi, come lui, aveva solo 23 anni e nessun lavoro che gli consentisse esborsi simili.

I risultati furono lusinghieri, se è vero come è vero che con le sue canzoni riuscì ad arrivare più volte tra i primi classificati a "Cento città", una manifestazione canora per cantanti "veri" organizzata dalle radio libere di tutta Italia (oggi si dice "private", guarda un po'). È stato forse l'unico ad avere il "pallino" vero per la musica professionale, ma questo non deve stupire, visto che la sua passione per la musica era cominciata diverso tempo prima che cominciasse a scrivere canzoni politiche.
Andando a dare un'occhiata alle riviste del periodo, da Dissenso a Linea a La voce della fogna, si nota infatti con stupore l'organizzazione capillare (clicca sull'immagine qui a destra per vedere un esempio) con cui aveva diffuso i suoi lavori: più di cento negozi in tutta la Penisola a vendere i suoi dischi, più di cento radio a trasmetterli (incredibile, in particolar modo se si pensa alle possibilità dei giorni nostri, anche dal punto dì vista della qualità professionale).
 
Tuttavia, e lui è sempre stato il primo a lamentarsene, la poca lungimiranza di certi ambienti del partito fecero sì che quell'appoggio sempre sperato non dovesse mai realizzarsi.
Le grandi produzioni, le case discografiche, i circuiti radiofonici e il resto non arrivarono mai, e intanto, con l'inizio degli anni Ottanta e il cataclisma che si scatenò contro l'antagonismo di destra, la stessa musica "nostra" perse di vigore (oltre a perdere un bel po' di autori ed ascoltatori, per forza di cose...).

Dell'autentica rabbia di quelle canzoni resta la sensibilità particolare di un cantautore, una sensibilità che, attraverso i nastri ancora in circolazione, racconta con una delicatezza non consueta nel panorama della musica cosiddetta "alternativa" i sogni e i tormenti di un'intera generazione.

 
testo tratto dall'Agenda Nazionalpopolare 1998 © Carlo Marconi Editore