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dal '68 agli anni di piombo    di Pino Tosca

  RIBELLI DI VANDEA 
 

Ride la folla ed urla al sangue che colora
il collo dei soldati fedeli alla corona
che sopra i ceppi hanno baciato il giglio dell'onore
e sopra il viso hanno gettato di sfida il guanto ancora
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
Se un bianco fiore nasce in petto a noi
è sangue di chi crede ancora
come il bel simbolo d'amor
che altro non ci legò
Spade della Vandea falci della boscaglia
Baroni e contadini siam pronti alla battaglia
per vendicare chi tagliò il giglio
sopra le ghigliottine
per riabbracciare il sole d’Europa
dalle nostre colline
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
l'oro che noi rubiamo con onore
dentro il cuore splende ancora
come il bel simbolo d'amor
che al trono ci legò
I cieli devastati da giudici plebei
dall'odio degli uomini dal pianto degli dei
nasce un bel fiore che i cavalieri portano sui mantelli
è il bianco giglio che ha profumato il campo dei ribelli
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
Se un bianco fiore nasce in petto a noi
è sangue di chi crede ancora
di chi combatte i vincitori
di uomini d’onor
 

   
 
BARBAROSSA SUL KYFHAUSER

 
Il prode Federico chiamato Barbarossa
si trova celato sul monte incantato
e lì non è mai morto, ma vive ancora adesso
nel castello fatato nel sonno si è adagiato
nel sonno si è adagiato
Lassù con se ha portato d’Europa lo splendore
ma lo ricorderanno nel tempo dell’onore
trono di Barbarossa tutt’è d’avorio bianco
un tavolo di marmo accoglie il capo stanco
accoglie il capo stanco
La sua barba di fuoco figlia del firmamento
cresce attraverso il tavolo su cui appoggia il mento
il capo scuote ed apre gli occhi color del mare
e dopo lungo tempo un bimbo fa chiamare
un bimbo fa chiamare.
Nel sonno dice al bimbo”Va’ fuori dal maniero
e guarda se attorno al monte volteggia un corvo nero”,
se il vecchio corvo nero lì vola senza affanni
dovrò quassù dormire ancora per cent’anni
ancora per cent’anni.
Ma se il cielo d’aprile splende sul mio maniero
se l’aquila vola, portatemi il destriero
e se pei monti udite i corni risuonare
portatemi la spada è tempo di tornare
è tempo di tornare.
 
  
   LA TEMPESTA
 
Brucerò le lacrime lievi di canzoni
sbocciate nel rischio,
taglierò i rami stranieri
alle piante di sacro vischio.
La tempesta mi ha detto: "Rimani,
avrai Vino ed arcobaleni";
la tempesta ha spezzato le ali
a mille gufi dai ventri pieni.
Sarò fiero delle vostre ferite,
città bianche incendiate dal sonno,
sarò fiero della vostra rabbia,
verdi cieli imbronciati di giorno.
La tempesta ha promesso di offrirmi
mille scheletri dei miei nemici,
la tempesta ha giurato di darmi
solo un'ora in riposi felici.
Canterò la mia gioia di guerra
tra le ciglia che pace han sognato,
stringerò nel mio pugno la terra
che vent'anni di lotte mi ha dato.
La tempesta è venuta a invitarmi
ad un brindisi coi firmamento;
la tempesta è venuta a portarmi
un pugnale affilato nel vento.
La tempesta mi ha detto: "Rimani,
avrai freddo e compagni dispersi";
la tempesta mi ha detto: "Domani
la tua terra avrà cieli diversi".
(Pino Tosca - Carmine Asunis)

Per circa vent'anni la gioventù neofascista italiana ha vissuto, sul piano dell'espressività musicale, sull'eredità dei venticinque anni di fascismo storico. In pratica, di sterilità produttiva. Un quarto di secolo di torcicollo canoro, senza una canzone nuova, senza alcun pensiero artistico sulle lotte del tempo vissuto. Nelle sezioni missine, e altrove, alla guida della hit-parade cantata resistevano imbattibili Faccetta nera, All'armi, Battaglioni M e consimili.
 
Risalgono solo alla metà degli anni Sessanta i primi tentativi di aggiornamento dei repertorio canoro della destra. Il Bagaglino, prima, e Il Giardino dei Supplizi, dopo, finalmente riuscirono a imporre un genere di autarchia musicale scissa dal puro e semplice nostalgicismo. Pur tuttavia, i testi di quelle importanti esperienze artistiche nascevano dall'osservazione della situazione politica, presente e passata, più che dall'esperienza personale di una militanza. Era comunque un autentico salto di qualità il fatto che, grazie a Leo Valeriano, si cantasse Budapest invece che Giarabub o Berlin piuttosto che La marcia delle legioni.
Furono, immediatamente dopo, il Movimento integralista ed Europa civiltà gli ambiti di destra in cui si iniziò la produzione di testi che, oltre a descrivere lo status quo del fatto politico nazionale e internazionale, raccontavano l'avventura diretta della militanza. Vale a dire, testi in cui ci si raccontava più che raccontare. Le due esperienze - Movimento integralista ed E.C. - seppur in successione diretta sul piano cronologico - non erano comunque assimilabili, oltre che sul piano formativo, proprio sul piano artistico. L'integralismo, basato com'era su una formazione "militarista" degli adepti, non poteva andare oltre lo schema della "marcia", per cui tutti i testi, adattati per la maggior parte su musiche militari tedesche, erano pervasi da uno spirito bellicista che oggi, sinceramente, può far sorridere. L'inno della Compagnia di Soccorso, L'inno dei Motociclisti, Le Folgori Marine erano si la descrizione dal di dentro dell'esperienza storica che si compiva, ma riciclati, com'erano, su Panzerlied o sull'inno dell'Afrikakorps, non potevano che grondare retorica.
 
Ben diversa l'esperienza artistica di Europa civiltà. Qui la creatività fu affidata alla più totale originalità. Per la prima volta nell'area della Destra nacquero racconti, canti, poesie, musiche totalmente scisse da un inconcludente "virilismo" fine a se stesso. Dalla "marcia" si passò alla ballata che, in massima parte, rifletteva situazioni esistenziali o di lotta, ma vissute dal di dentro. Insomma, la poesia era testimonianza più che racconto storico. In molti casi, il testo era fermentato dalla particolare situazione che la comunità stava vivendo sulla propria pelle. l'artista più completo - poeta, musicista, pittore, scultore - fu Carmine Asunis, deceduto qualche anno fa in Sardegna, ove da anni si era ritirato a vivere impostando tutta la sua vita sul fattore religioso. A lui si affiancarono Mario Polia (oggi archeologo di fama mondiale), Massimo Forte, chi scrive queste note ed alcuni altri. Nel giro di pochi anni, l'esperienza di E.C. varò una sterminata produzione artistica (canzonieri, antologie, recital) destinata, purtroppo, quasi sempre ad "uso intemo". Ad Asunis prestò la sua voce anche Stefania Vicinelli che, allora, collaborava con Claudio Baglioni. Come si diceva, molte di quelle canzoni nacquero dalla concretezza storica che, in quegli anni, coinvolgeva Europa Civiltà. Così, La Tempesta (italianizzazione di Al Fatah) fu scritta e musicata in un momento drammatico, quando si pensava che il PCI avrebbe preso il potere e la repressione verso la destra (già molto dura in quegli anni) si sarebbe ancor più accentuata. Ci fu chi propose un esodo di massa, mentre il Movimento rispose con questa canzone: «La Tempesta mi ha detto: Rimani / avrai freddo e compagni dispersi / la Tempesta mi ha detto: Domani / la tua terra avrà cieli diversi». Ai miei amici perduti, invece, raccontava la biografia dei giovani proscritti della destra torinese, cavalieri erranti in un mondo inaccettabile. Addio libertà e Libera nos a malo erano dedicate alla repressione giudiziaria in Italia contro E.C. e alla prigionia in Unione Sovietica del militante Gabriele Cocco.
 
Certo, non si raccontavano solo le vicende che ci riguardavano da vicino. Il riferimento al mito e alla storia era quanto mai suggestivo. Barbarossa sul Kyfhauser, Il folle cavaliere (dedicata a Don Chisciotte), Siddharta, La spada e la rosa riproponevano il mondo inafferrabile della metastoria. Ma la storia stessa trovava il suo spazio con composizioni come Ribelli di Vandea, Cosacchi Bianchi, Io credo (dedicata a Jan Palach) o la Ballata di lvan Jilic (un giovane ustascia fatto fucilare da Tito).
 
Oggi, guardando indietro, a quell'agitazione umana, politica e artistica, da cui ci separa un quarto di secolo, non è difficile scorgere in essa un eccesso di sentimentalismo, oltre che l'influenza di De André e Guccini. Forse perché eravamo molto più romanticamente giovani o perché gli Anni di Piombo non c'erano ancora. Forse perché la nostra autosoddisfacente "esclusione" dalla "società civile" era un fatto più esistenziale che politico.
E' vero, la repressione aveva costretto molti di noi all'esilio, al carcere, all'autodifesa. Ma ancora dovevamo vedere l'infinito sangue sul selciato dei nostri fratelli, come maledettamente accadrà poco dopo. Ecco perché in quei canti c'era più malinconia che rabbia.

testo tratto dall'Agenda Nazionalpopolare 1998 © Carlo Marconi Editore 

in ricordo di Pino Tosca
23 luglio 1946 - 4 settembre 2001

Pino era un fratello, di quei fratelli che si conoscono prima di nascere e non importa se a un certo punto se ne vanno, perché tanto li si rincontra dopo. Come diceva lui, non dirò "povero Pino", perché morire non è una disgrazia per chi se ne va, Perché la morte non è che un ritorno alla casa del Padre. Poveracci sono quelli che restano.
Al figlio maggiore ha detto:Ricordati che la comunità è tutto, fuori dalla comunità non sei niente, l'individuo è niente...". Ha detto ai ragazzi di farsi fare delle camicie verdi, come quelle dei legionari di Codreanu ed è stato accompagnato nell'ultimo viaggio dalla bandiera carlista e dal sacro cuore di Gesù.
Era il raccolto che aspettava, l'unico che gli importasse. Era qui di passaggio, con la nostalgia di chi ricorda ancora la casa del Padre... "dove tutto ha un senso...".

Marcello de Angelis