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RIBELLI DI VANDEA

Ride la folla ed urla al sangue che colora
il collo dei soldati fedeli alla corona
che sopra i ceppi hanno baciato il giglio dell'onore
e sopra il viso hanno gettato di sfida il guanto ancora
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
Se un bianco fiore nasce in petto a noi
è sangue di chi crede ancora
come il bel simbolo d'amor
che altro non ci legò
Spade della Vandea falci della boscaglia
Baroni e contadini siam pronti alla battaglia
per vendicare chi tagliò il giglio
sopra le ghigliottine
per riabbracciare il sole d’Europa
dalle nostre colline
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
l'oro che noi rubiamo con onore
dentro il cuore splende ancora
come il bel simbolo d'amor
che al trono ci legò
I cieli devastati da giudici plebei
dall'odio degli uomini dal pianto degli dei
nasce un bel fiore che i cavalieri portano sui mantelli
è il bianco giglio che ha profumato il campo dei ribelli
Siamo dell’ascia ladri e cavalieri
nella notte noi andiamo
il vento freddo del terror non ci potrà fermar
Se un bianco fiore nasce in petto a noi
è sangue di chi crede ancora
di chi combatte i vincitori
di uomini d’onor
BARBAROSSA SUL KYFHAUSER
Il prode Federico chiamato Barbarossa
si trova celato sul monte incantato
e lì non è mai morto, ma vive ancora adesso
nel castello fatato nel sonno si è adagiato
nel sonno si è adagiato
Lassù con se ha portato d’Europa lo splendore
ma lo ricorderanno nel tempo dell’onore
trono di Barbarossa tutt’è d’avorio bianco
un tavolo di marmo accoglie il capo stanco
accoglie il capo stanco
La sua barba di fuoco figlia del firmamento
cresce attraverso il tavolo su cui appoggia il mento
il capo scuote ed apre gli occhi color del mare
e dopo lungo tempo un bimbo fa chiamare
un bimbo fa chiamare.
Nel sonno dice al bimbo”Va’ fuori dal maniero
e guarda se attorno al monte volteggia un corvo nero”,
se il vecchio corvo nero lì vola senza affanni
dovrò quassù dormire ancora per cent’anni
ancora per cent’anni.
Ma se il cielo d’aprile splende sul mio maniero
se l’aquila vola, portatemi il destriero
e se pei monti udite i corni risuonare
portatemi la spada è tempo di tornare
è tempo di tornare.
LA
TEMPESTA
Brucerò le lacrime lievi di canzoni
sbocciate nel rischio,
taglierò i rami stranieri
alle piante di sacro vischio.
La tempesta mi ha detto: "Rimani,
avrai Vino ed arcobaleni";
la tempesta ha spezzato le ali
a mille gufi dai ventri pieni.
Sarò fiero delle vostre ferite,
città bianche incendiate dal sonno,
sarò fiero della vostra rabbia,
verdi cieli imbronciati di giorno.
La tempesta ha promesso di offrirmi
mille scheletri dei miei nemici,
la tempesta ha giurato di darmi
solo un'ora in riposi felici.
Canterò la mia gioia di guerra
tra le ciglia che pace han sognato,
stringerò nel mio pugno la terra
che vent'anni di lotte mi ha dato.
La tempesta è venuta a invitarmi
ad un brindisi coi firmamento;
la tempesta è venuta a portarmi
un pugnale affilato nel vento.
La tempesta mi ha detto: "Rimani,
avrai freddo e compagni dispersi";
la tempesta mi ha detto: "Domani
la tua terra avrà cieli diversi".
(Pino Tosca - Carmine Asunis)
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Per circa vent'anni la
gioventù neofascista italiana ha vissuto, sul piano dell'espressività
musicale, sull'eredità dei venticinque anni di fascismo storico. In
pratica, di sterilità produttiva. Un quarto di secolo di torcicollo
canoro, senza una canzone nuova, senza alcun pensiero artistico sulle
lotte del tempo vissuto. Nelle sezioni missine, e altrove, alla guida
della hit-parade cantata resistevano imbattibili Faccetta nera,
All'armi, Battaglioni M e consimili.
Risalgono solo alla metà degli anni Sessanta i primi tentativi di
aggiornamento dei repertorio canoro della destra. Il
Bagaglino, prima, e
Il Giardino dei Supplizi, dopo, finalmente riuscirono a imporre
un genere di autarchia musicale scissa dal puro e semplice
nostalgicismo. Pur tuttavia, i testi di quelle importanti esperienze
artistiche nascevano dall'osservazione della situazione politica,
presente e passata, più che dall'esperienza personale di una
militanza. Era comunque un autentico salto di qualità il fatto che,
grazie a Leo Valeriano, si cantasse Budapest invece che Giarabub o
Berlin piuttosto che La marcia delle legioni.
Furono, immediatamente dopo, il Movimento
integralista ed Europa civiltà gli ambiti di destra in cui si
iniziò la produzione di testi che, oltre a descrivere lo status quo
del fatto politico nazionale e internazionale, raccontavano
l'avventura diretta della militanza. Vale a dire, testi in cui ci si
raccontava più che raccontare. Le due esperienze - Movimento
integralista ed E.C. - seppur in successione diretta sul piano
cronologico - non erano comunque assimilabili, oltre che sul piano
formativo, proprio sul piano artistico. L'integralismo, basato com'era
su una formazione "militarista" degli adepti, non poteva andare oltre
lo schema della "marcia", per cui tutti i testi, adattati per la
maggior parte su musiche militari tedesche, erano pervasi da uno
spirito bellicista che oggi, sinceramente, può far sorridere. L'inno
della Compagnia di Soccorso, L'inno dei Motociclisti, Le Folgori
Marine erano si la descrizione dal di dentro dell'esperienza storica
che si compiva, ma riciclati, com'erano, su Panzerlied o sull'inno
dell'Afrikakorps, non potevano che grondare retorica.
Ben diversa l'esperienza artistica di Europa
civiltà. Qui la creatività fu affidata alla più totale
originalità. Per la prima volta nell'area della Destra nacquero
racconti, canti, poesie, musiche totalmente scisse da un inconcludente
"virilismo" fine a se stesso. Dalla "marcia" si passò alla ballata
che, in massima parte, rifletteva situazioni esistenziali o di lotta,
ma vissute dal di dentro. Insomma, la poesia era testimonianza più che
racconto storico. In molti casi, il testo era fermentato dalla
particolare situazione che la comunità stava vivendo sulla propria
pelle. l'artista più completo - poeta, musicista, pittore, scultore -
fu Carmine Asunis, deceduto qualche anno fa in Sardegna, ove da anni
si era ritirato a vivere impostando tutta la sua vita sul fattore
religioso. A lui si affiancarono Mario Polia (oggi archeologo di fama
mondiale), Massimo Forte, chi scrive queste note ed alcuni altri. Nel
giro di pochi anni, l'esperienza di E.C. varò una sterminata
produzione artistica (canzonieri, antologie, recital) destinata,
purtroppo, quasi sempre ad "uso intemo". Ad Asunis prestò la sua voce
anche Stefania Vicinelli che, allora, collaborava con Claudio Baglioni.
Come si diceva, molte di quelle canzoni nacquero dalla concretezza
storica che, in quegli anni, coinvolgeva Europa Civiltà. Così,
La Tempesta (italianizzazione di Al Fatah)
fu scritta e musicata in un momento drammatico, quando si pensava che
il PCI avrebbe preso il potere e la repressione verso la destra (già
molto dura in quegli anni) si sarebbe ancor più accentuata. Ci fu chi
propose un esodo di massa, mentre il Movimento rispose con questa
canzone: «La Tempesta mi ha detto: Rimani / avrai freddo e compagni
dispersi / la Tempesta mi ha detto: Domani / la tua terra avrà cieli
diversi». Ai miei amici perduti, invece,
raccontava la biografia dei giovani proscritti della destra torinese,
cavalieri erranti in un mondo inaccettabile.
Addio libertà e Libera nos a malo
erano dedicate alla repressione giudiziaria in Italia contro E.C. e
alla prigionia in Unione Sovietica del militante Gabriele Cocco.
Certo, non si raccontavano solo le vicende che ci riguardavano da
vicino. Il riferimento al mito e alla storia era quanto mai
suggestivo. Barbarossa sul Kyfhauser,
Il folle cavaliere (dedicata a Don
Chisciotte), Siddharta,
La spada e la rosa riproponevano il mondo inafferrabile della
metastoria. Ma la storia stessa trovava il suo spazio con composizioni
come Ribelli di Vandea,
Cosacchi Bianchi,
Io credo (dedicata a Jan Palach) o la
Ballata di lvan Jilic (un giovane ustascia fatto fucilare da
Tito).
Oggi, guardando indietro, a quell'agitazione umana, politica e
artistica, da cui ci separa un quarto di secolo, non è difficile
scorgere in essa un eccesso di sentimentalismo, oltre che l'influenza
di De André e Guccini. Forse perché eravamo molto più romanticamente
giovani o perché gli Anni di Piombo non c'erano ancora. Forse perché
la nostra autosoddisfacente "esclusione" dalla "società civile" era un
fatto più esistenziale che politico.
E' vero, la repressione aveva costretto molti di noi all'esilio, al
carcere, all'autodifesa. Ma ancora dovevamo vedere l'infinito sangue
sul selciato dei nostri fratelli, come maledettamente accadrà poco
dopo. Ecco perché in quei canti c'era più malinconia che rabbia.
testo tratto
dall'Agenda Nazionalpopolare 1998
© Carlo Marconi Editore
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in
ricordo di Pino Tosca
23 luglio 1946 - 4 settembre 2001
Pino era
un fratello, di quei fratelli che si conoscono prima di nascere e non
importa se a un certo punto se ne vanno, perché tanto li si
rincontra dopo. Come diceva lui, non dirò "povero Pino", perché
morire non è una disgrazia per chi se ne va, Perché la morte non è
che un ritorno alla casa del Padre. Poveracci sono quelli che
restano.
Al figlio maggiore ha detto:Ricordati che la comunità è tutto,
fuori dalla comunità non sei niente, l'individuo è niente...". Ha
detto ai ragazzi di farsi fare delle camicie verdi, come quelle
dei legionari di Codreanu ed è stato accompagnato nell'ultimo
viaggio dalla bandiera carlista e dal sacro cuore di Gesù.
Era il raccolto che aspettava, l'unico che gli importasse. Era qui
di passaggio, con la nostalgia di chi ricorda ancora la casa del
Padre... "dove tutto ha un senso...".
Marcello de Angelis
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