Nel '77 il primo
Campo Hobbit. Un.'esperienza inverosimile. Singoli e
gruppi, tutti per me più o meno sconosciuti che si
alternavano sul palco a cantare. Certi facevano ridere,
altri piangere, altri vibrare il cuore. Una vera
Woodstock. La sera si intonavano i vecchi canti e magari
anche le canzoni dei cantautori degli "altri",
cambiando qualche parola. A sedici anni cominciai a
suonare la chitarra; era lo strumento della mia
generazione. Cominciai subito a giocare con le parole e
gli accordi ma non ho mai pensato di fare canzoni sul
serio. Negli anni seguenti mi trovai a cantare canzoni
mie per i miei fratelli e per la cerchia più ristretta
degli amici e camerati con i quali condividevo tutto.
Erano le nostre-nostre canzoni. Mi interessava solo che
piacessero a loro ed ero convinto che solo loro le
potessero capire. Poi, alla fine degli anni '70,
arrivò l'apocalisse. Il nostro mondo crollò tra il ferro delle
manette e delle sbarre ed il fuoco della repressione. Ci eravamo
già da troppo tempo abituati a scrivere e cantare canzoni per i
nostri morti. Non eravamo noi ad essere alternativi al mondo, ma
il mondo, tutto il mondo, che continuava ad essere alternativo a
noi, tanto da ucciderci o gioire della nostra morte. Andai
lontano, con decine di altri. Più fortunati di quelli che
invece andarono "dentro". Uno di questi - un amico
intimo - mi mandò a chiedere di registrargli le mie canzoni,
perché potesse sentirle nella sua cella. Incisi una cassetta in
cucina, con un vecchio registratore e gliela mandai. Non ne
seppi più nulla. Nove anni dopo mi dissi che il mio posto era
dove tanti dei miei amici avevano eletto la loro dimora. Optai
per una dignitosa carcerazione piuttosto che continuare a
lancinarmi coi complesso di colpa di aver sofferto meno degli
altri. Entrai in carcere senza ricambio e senza spazzolino. Era
il mio tentativo infantile di sentirmi come gli altri, non
volevo avere nulla di più. Dopo tre anni uscii. Incontrai
Gianni Alemanno, che conoscevo dai "vecchi tempi", che
mi invitò ad un "campo quadri" del Fronte della
Gioventù. Ad assistere. Io ci andai. A disagio, un po'
spaesato, mi presentai al Terminillo e mi misi in coda per
registrarmi. Mi trovai davanti Isabella Rauti, che alla prima
non mi riconobbe. Declinai le mie generalità, Isabella alzò lo
sguardo, mi riconobbe e mi abbracciò. Notai molti sguardi
sbigottiti. La sera ci furono discorsi e canti. Alcuni
intonarono una canzone. L'avevo scritta io. Poi un'altra. Anche
questa l'avevo scritta io. Canzoni che non avevo suonato per
dieci anni, di cui non ricordavo gli accordi e a stento le
parole. Parole che pensavo seppellite in un passato che non
poteva tornare. Le cantavano tutti. Trecento persone in coro,
alcune delle quali avevano la metà dei miei anni.