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Scoprii che
tutti quanti avevano una copia di quella cassetta che
avevo registrato in cucina, a Londra, dodici anni prima
e che tanti ragazzi, per un decennio, le avevano
insegnate ad altri, le avevano cantate nei concerti.
Sono gli eroici "traghettatori", alcuni noti (Alvise,
Francesco Mancinelli), molti sconosciuti,
che hanno per un decennio mantenuto vivo e presente il sentimento
ed il ricordo di una generazione di "giovani cuori che seppero
morire". Rimasi sbigottito e commosso. L'attività della mia vita a
cui avevo dato la minore importanza, l'iniziativa che avevo curato
di meno, era quella che aveva avuto il maggior risultato. Senza di
me o addirittura malgrado me. E' stata una grande lezione. Era
questo "l'agire senza agire", 'l'atto puro", "l'azione che non si
cura dei risultato" di cui per anni avevamo parlato. Il bello
delle canzoni è che assumono una vita indipendente, svincolata dal
loro stesso autore e vanno a finire esattamente dove vogliono,
senza che nessuno le possa pilotare.C'è sempre, è vero, chi cerca di
appropriarsene, farne una cosa propria per negarla agli
altri. Gli uomini purtroppo sono meschini.Si appropriano
di tutto ciò che può servire ai loro scopi. Anche
della memoria dei morti, figuriamoci di quattro parole
in musica. Ma di questi personaggi meschini fa comunque
giustizia il tempo, che - si sa - è galantuomo.Fu comunque solo allora che
compresi una frase che mi ripeteva un ragazzo che mi insegnò i
primi accordi sulla chitarra. Quando io dissi - scioccamente -
che avrei volino suonare un altro strumento perché la chitarra
era "da compagni", quello mi disse che "una
canzone vale più di mille volantini". E' una frase che
oggi ripeto fino alla noia. Spero che qualcuno la recepisca.
Oggi la musica alternativa non ha più bisogno di essere
alternativa al mondo, anzi, può davvero diventare la musica del
mondo. Non più la colonna sonora del ghetto, ma un prodotto da
esportare al mondo esterno, ancora ignaro della nostra anima.
Che è l'anima dei popolo, cioè l'anima di tutti. Non ci
caratterizziamo, è vero, per uno specifico stile musicale, e
questo ci rende forse meno "commerciabili".
Funziona
certo meglio farsi indicare un genere musicale dai
mercati intemazionali e cavalcarlo scimmiottando coloro
che l'hanno inventato - magari lontani mille miglia -
persino nell'abbigliamento e nell'andatura. E quello che
astutamente fanno i gruppi dell'"antagonismo
assistito" della nuova sinistra e dei centri
sociali. |
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Il rap, l'hip hop, è quello che impone il
mercato e loro, rivoluzionari da cartone animato, si
mettono subito in riga e ballano alle note dei pifferaio
magico. Noi per fortuna abbiamo ancora qualcosa di unico
da dire, qualcosa che viene dal profondo. E siccome il
nostro cruccio non è vendere tanti dischi, possiamo
permetterci di farlo ognuno con i propri gusti ed i
propri mezzi. Sono i contenuti quelli che contano. Le
canzoni delle lotte sociali - quelle vere, non quelle
che si vendono oggi nei superrnercati, firmate Jovanotti
o 99 Posse - vadano per ritmo, stile musicale e persino
dialetto. Ma parlano tutte delle stesse speranze, dello
stesso sangue e dello stesso amore. Sono canzoni di
lotta, certo, ma anche canzoni d'amore. Sono, come le
nostre, canzoni di amore per lotta e canzoni di una
mai sconfitta lotta per l'amore.
testo
di MARCELLO DE ANGELIS
tratto dall'Agenda
Nazionalpopolare 1998
© Carlo Marconi Editore |

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